Eventi e cultura

“All’ombra di un castagno”, Colasante: “Scotellaro è il mio scrittore”

“All’ombra di un castagno” (Polis Sa Edizioni) nuovo titolo del Dirigente comunista Giuseppe Colasante.

Lo scrittore e politico, autore e protagonista di importanti manifestazioni, si racconta in un volume edito da Polis Sa in cui, come egli stesso preciso, protagonisti sono allo stesso tempo “persone buone ed autentiche canaglie” che ci raccontano le loro storie.

A fare da sfondo a questa vicenda è un solitario castagno che scorge e vede il tutto.

“All’ombra di un castagno” è stato presentato il 20 dicembre 2018 presso il Bar “Moka” di Salerno. Con l’autore hanno discusso Alberto Granese, Docente di Letteratura italiana presso l’Università degli studi di Salerno e la regista Giustina Laurenzi. Ha coordinato e moderato il giornalista Enzo Landolfi

Colasante, con che rigore o metodo scientifico ha affrontato la stesura di questo suo nuovo romanzo?

Penso che lei si riferisca all’ultimo romanzo che ho scritto, “All’ombra di un castagno” ma se la domanda è rivolta a sapere quale sia il mio approccio con la scrittura penso che non sia sempre lo
stesso.
I miei otto romanzi sono tutti ambientati negli anni del secondo dopoguerra del secolo scorso. Conta molto la mia memoria ma mi aiuto facendo anche ricerche storiche e inserisco brani
che fanno riferimento a quel periodo, a fatti realmente accaduti che magari furono anche all’onore della cronaca dei giornali del tempo.
Naturalmente non ho la pretesa di indossare i panni dello storico, interviene sempre una rielaborazione dei fatti affidata alla mia fantasia.
“All’ombra di un castagno” ha due soggetti principali, l’albero di castagno che assorbe nel suo secolare silenzio le
vicende dei suoi periodici visitatori, e Silvia, una donna con una vita difficile che lei affronta con grande coraggio e grande equilibrio.
Tra i Suoi temi dominanti vi è la politica che l’ha sempre accompagnata nel corso della sua formazione e nella sua attività, ma non mancano tematiche come l’amore e la riflessione sulla caducità dell’inesorabile… 
Si, in ogni mio romanzo, finora, c’è sempre una storia d’amore, ma poi sono sempre presenti temi che attengono ai problemi del lavoro, del riscatto degli uomini che appartengono alla classe sociale più vasta ma anche a quella che è sottoposta alla cupidigia e allo sfruttamento da parte di una classe minoritaria che però è quella più ricca.
Le mie sono storie di lavoratori della terra o di operai che devono fare i conti con una società profondamente ingiusta perché le risorse di un popolo non sono mai equamente divise.
Mi avvalgo della mia formazione e della mia esperienza, maturate all’interno di un Partito politico del quale sono stato dirigente o di un’organizzazione sindacale, o ancora della conoscenza acquisita come dirigente del movimento cooperativo.
Trovo sempre il modo di affrontare i problemi della società del tempo, e nel mio ultimo romanzo è presente anche un tema nuovo, quello dei dei migranti e dell’immigrazione.
Quali sono gli scrittori che le fungono da modello?
Penso che io sia uno scrittore “realista”, ho amato i libri di un grande scrittore non giustamente valutato, quale Rocco Scotellaro.
Gli autori moderni, tranne qualche notevole eccezione, non sono in sintonia con la mia sensibilità, amo gli scrittori del secolo scorso e più ancora la produzione letteraria espressa nell’ottocento, sia quella italiana come pure quella europea, inclusa quella di quella dei paesi che una volta venivano definiti Paesi oltre cortina.
In quali nomi della nostra Letteratura, secondo Lei, è possibile riscontrare maggiormente un tema politico?
Lo scrittore più “politico” in assoluto penso che sia uno scrittore che viene ingiustamente classificato come scrittore per adolescenti, mi riferisco a Gianni Rodari che io giudico essere uno scrittore rivoluzionario, forse ancor più di Majakovki.
Poi ci sono Pablo Neruda e Nazim Hikmet, fra gli autori italiani un posto a parte meritano Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Cesare Pavese ed Eduardo De Filippo, ma l’elenco degli scrittori del secolo scorso è veramente assai lungo, talvolta ho la sensazione che la letteratura del secondo millennio sia come un fiume che si è prosciugato, se mi chiede di fare un nome risponderei Erri De Luca.
La scrittura non deve conciliarsi con la politica, quando lo fa diventa propaganda, la scrittura è per se stessa politica, nell’accezione più vasta del termine.
Un vero scrittore, qualunque sia il suo genere letterario, trasuda politica in ogni brano che scrive. Bisogna sapere che la sua scrittura travalica ogni confine politico e partitico.
Posso dirlo? Un scrittore vero è sempre profetico.

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