Eboli, estorsioni e falsi dossier: indagini chiuse per gli imputati

dossier-falsi-eboli

Estorsioni e falsi dossier a Eboli: indagini chiuse per gli imputati. Nel mirino degli inquirenti diverse persone, tra cui finanzieri e un giornalista

Estorsioni e falsi dossier a Eboli: indagini chiuse per gli imputati. Nel mirino degli inquirenti diverse persone, tra cui finanzieri e un giornalista.

Indagini chiuse: si allarga l’inchiesta sulle estorsioni e i falsi dossier

Il pm Cardea, notoriamente inflessibile, non si è fermato solo a questo e ha indagato anche il giornalista di Afragola Celardo e il Voza «il secondo quale materiale estensore dell’articolo pubblicato sul sito web CQ24Napoli, tutt’oggi in rete, e il primo quale istigatore e determinatore dello stesso articolo con fatti insussistenti ovvero artefatti allo scopo», scrive.

In pratica i due avevano messo nero su bianco e diffuso in rete un pezzo in cui raccontavano il contrario di quanto era realmente avvenuto nel licenziamento della Giannattasio e che De Vita contasse sulla forza di intimidazione derivante dalla sua appartenenza per discendenza diretta di un «noto capozona della camorra»: per quest’ultimo aspetto scrissero che la notizia proveniva da una informativa dei Cc ma si è scoperto che «in realtà era il copia-incolla di una informativa fabbricata da Voza quale sottufficiale della Gdf che poi aveva indotto un carabiniere, tal Oppedisano a copiaincollare a sua volta il contenuto in forma di nuova informativa dei Cc».

Gli ufficiali della Gdf, sono accusati in concorso con Voza perché questi «quale mandante e sottoscrittore di numerosi esposti e segnalazioni, chiedeva ed otteneva di avanzare una richiesta al registro generale della procura per soddisfare l’intento del Voza di poter poi mettere negativamente in luce De Vita e la sua azienda.

Confezionava esposti e denunce, redigeva informative fasulle o dal contenuto distorto apponendovi il sigillo della Guardia di Finanza prima di essere posto in acquiescenza per riforma, preparava note stampa diffamatorie che poi un giornalista si premurava di mettere in rete, il tutto con un unico obiettivo: ottenere una somma di danaro non dovuta (oltre 150mila euro) dalla cooperativa “Sanatrix-Nuovo Elaion” di Eboli e/o danneggiarla al fine di farla chiudere o perdere l’accreditamento istituzionale a causa proprio di quella continua ed ossessiva attività di dossieraggio.

Con queste accuse il pubblico ministero Maurizio Cardea ha emanato pochi giorni fa l’avviso di conclusione delle indagini ai sensi dell’art.415 bis del cpp (fase che normalmente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) nei confronti di Angelo Voza, ex maresciallo della Guardia di Finanza, collaboratore parlamentare del senatore siciliano grillino Giarrusso nonché attivo militante dei 5S ebolitani, di sua moglie, Giuseppina Giannattasio, dell’ex assessore comunale Lazzaro Lenza e del giornalista napoletano Francesco Celardo.

Una storia raccontata da questo giornale meno di due anni fa, che oggi trova “conferma” nelle relative prospettazioni giudiziarie. Le accuse sono pesanti e giungono a valle di un’impegnativa e complicata indagine svolta dal sostituto procuratore sulla base di perizie tecnico-informatiche oltre a corpose informative sia della stessa Gdf che dei carabinieri, nonché delle indagini difensive avviate dal noto studio legale Lepre di Napoli: Voza e la moglie sono accusati di estorsione, falso, abuso e diffamazione aggravata; Lenza, la cui posizione risulta attenuata rispetto all’avvio dell’indagine, è accusato oggi di falso e abuso d’ufficio; Celardo di diffamazione aggravata, e tutti in concorso con la coppia Voza-Giannattasio (che in alcuni atti risultano separati legalmente, in altri no).

Contestualmente sono stati iscritti nel registro degli indagati, con la controfirma del procuratore aggiunto Luigi Alberto Cannavale, due colonnelli della Gdf, due funzionari dell’Agenzia delle Entrate e una dirigente del Mise (Ministero sviluppo economico): si tratta, rispettivamente, degli ufficiali Enea Zanetti e Luigi Galluccio, già comandanti del Nucleo di Polizia tributaria di Salerno, oggi incardinati altrove; di Salvatore Di Maio e Lucio Grippa e della funzionaria ministeriale Roberta Toselli.

Ma proviamo a sintetizzare l’intera vicenda dal momento che, essendo molto contorta, rischia di ingenerare solo confusione, non senza aggiungere che per la legge fondamentale italiana gli indagati sono sempre da considerarsi innocenti fino a prova contraria.

L’inizio della storia Tutto nasce dal licenziamento della signora Giannattasio dalla coop Sanatrix, avvenuto alcuni anni fa a seguito di maltrattamenti di un ospite della struttura. Da quel giorno per l’azienda ebolitana, segnatamente per il suo presidente Cosimo De Vita, comincia un calvario, per la verità avviato già tempo prima quando il Voza chiedeva continuamenti “contributi” a De Vita per un paio di “associazioni culturali” da questi gestite e che tante rogne ancora oggi hanno causato alla coppia (c’è un processo specifico a Salerno per appropriazione indebita): denunce ed esposti mandati a mezzo mondo, alcuni firmati altri anonimi ma della medesima origine, ispezioni sul centro di molto oltre la ordinaria fisiologia che regola i rapporti tra questi enti e le istituzioni, insomma una vera e propria persecuzione che, si scoprirà poi, era orchestrata dal dirigente del partito degli onesti.

La Giannattasio, peraltro anche qui dopo un iter tortuoso, riesce a spuntarla temporaneamente nella causa civile di I grado che –ed è qui il focus di tutto- ordinava solo la reintegra nella qualità di socia della Sanatrix (fatte salve altre cause di esclusione) escludendo in maniera esplicita qualsiasi “risarcimento” in danaro per le spettanze pregresse. Invece i due che cosa si inventano? L’ennesimo esposto, stavolta a Mattarella, nel quale lamentano condizioni di indigenza e negazione dolosa dei diritti maturati per sentenza di tribunale, quantificati in circa 150mila euro.


Peppe Rinaldi

TAG