Inchiesta

Inquinamento, Fonderie Pisano chiuse per due mesi

SALERNO. Secondo provvedimento di sospensione delle attività per le Fonderie Pisano. Come riporta il giornale La Città di Salerno, nemmeno stavolta le controdeduzioni e i lavori effettuati durante questi tre mesi dallo stabilimento di via dei Greci sono serviti per evitare un colpo che potrebbe risultare pesantissimo per l’azienda di proprietà della famiglia Pisano. La Regione Campania ha emesso nella mattinata di ieri il provvedimento di diffida e di sospensione delle attività produttive intimando, esattamente come lo scorso 19 febbraio durante la prima sospensione, l’eliminazione di tutte le criticità rilevate dallo scorso novembre a oggi dall’Arpac. Sono tre i dipartimenti dell’Agenzia regionale per l’ambiente inviati per il monitoraggio completo del sito e delle attività produttive: più di 70 tecnici fanno parte della task force costituita dal commissario regionale Pietro Vasaturo e coordinata dal direttore del dipartimento di Avellino, Antonio De Sio. In più, il dipartimento dell’Arpac di Caserta sta collaborando con la Procura di Salerno all’indagine attualmente in corso.

Le prescrizioni

Sono sessanta, proprio come nel caso precedente, i giorni a disposizione delle Fonderie per mettersi in regola, stavolta sul serio e senza riserve. Se non ci saranno risposte concrete, si potrebbe aprire lo scenario più inquietante: la revoca dell’autorizzazione integrata ambientale e la chiusura dello stabilimento, con l’emergenza occupazionale che ne seguirebbe. Troppe e troppo gravi appaiono stavolta le irregolarità, molte delle quali già presenti nel vecchio atto di febbraio e non corrette fino in fondo, secondo quanto ritiene la Regione.

Il monossido di carbonio

Sono tre, in particolare, le criticità pesanti emerse dagli ultimi rilievi effettuati dai dipartimenti dell’Arpac di Avellino, Caserta e Salerno. Il primo: notevole è il superamento dei limiti massimi consentiti di milligrammi di monossido di carbonio per metro cubo dispersi nell’aria. Secondo i rilievi dello scorso 19 aprile, le emissioni di uno dei camini sono state superiori alla norma di circa 13 volte. Come se non bastasse, i rilievi effettuati dall’Arpac di Avellino si sono trovati in pieno contrasto con i risultati degli autocontrolli effettuati dalle stesse Fonderie – non è il primo caso in cui le verifiche vengono sconfessati dai tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente – che invece riportavanodati nella norma, a pari condizioni di rilevamento.

L’aspirazione delle polveri

Il secondo punto riguarda i sistemi di captazione per l’aspirazione delle polveri diffuse generate nel ciclo di lavorazione della Fonderie: «Occorre che la ditta attivi misure tali da garantire la certezza della salvaguardia dell’ambiente esterno – precisa il documento della Regione – Emerge altresì che le dispersioni di poveri o acque provenienti dai sistemi di abbattimento degli agenti inquinanti in atmosfera, hanno evidenziato una grave carenza delle misure gestionali e dei dispositivi che consentano un immediato intervento per limitare al massimo emissioni atmosferiche non controllate, così come descritto nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata. Per un miglioramento dell’efficacia di captazione necessitano interventi strutturali degli impianti di aspirazione».

La gestione delle acque

Infine, il punto sulla gestione delle acque. Nelle controdeduzioni inviate in Regione mercoledì scorso, l’azienda aveva puntualizzato che «in merito al superamento per il parametro degli idrocarburi totali relativo allo scarico delle acque meteoriche in corpo idrico superficiale (il fiume Irno, ndr), la ditta riferisce di aver adottato nuove procedure gestionali relative le modalità di pulizia e sorveglianza, addebitando lo sforamento a cause non a essa imputabili, quali i lavori di interramento di un cavo da parte dell’Enel e a fenomeni di sversamento di reflui meteorici provenienti dalla bretella autostradale a monte della fonderia, per le quali si è già provveduto a diffidare formalmente l’Anas». Secca la risposta della Regione: «Nella relazione tecnica effettuata dalla ditta in data 18 marzo si riportavano opere di drenaggio e canalizzazione di acque meteoriche provenienti dalle opere di sostegno di suddetta bretella ma nulla in merito la presenza di idrocarburi. In ogni caso è responsabilità del gestore dell’installazione assicurare il rispetto dei limiti allo scarico, al fine di tutelare la matrice ambientale».

La via giudiziaria

Ora l’unica speranza per le Fonderie è quella di un ricorso al Tar per bloccare il provvedimento almeno fin quando si troverà un’area dove poter delocalizzare. Si potrebbe così ammorbidire il fronte composto da cittadini e istituzioni mostrando, finalmente in maniera concreta, la volontà di lasciare quel sito che oramai viene indicato da tutti come non più adatto a ospitare una struttura del genere. Serve fare in fretta. Ora non ci sono più scuse che tengano. Il progetto di una nuova fonderia c’è dal 2008. Se non si vogliono mandare a casa più di 150 lavoratori serve un terreno, e serve ora.

(Articolo tratto da La Città di Salerno)

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