Milena Cicatiello, 28enne di Capaccio Paestum, ha vinto il Premio internazionale “Marietta Parlati”

Milena Cicatiello, di Capaccio Paestum, vince Premio di poesia "Marietta Parlati"

Con il componimento "Lettera di un condannato a morte", Milena Cicatiello, 28enne di Capaccio Paestum, vince il Premio di poesia "Marietta Parlati"

Con il componimento dal titolo “Lettera di un condannato a morte”, Milena Cicatiello, 28enne di Capaccio Paestum, ha vinto il Premio internazionale “Marietta Parlati” a Gizzeria (Catanzaro). La giovane, appassionata di poesia, da circa due anni partecipa a concorsi letterari ed ha ottenuto già diversi premi e riconoscimenti.

La giovane poetessa si è classifica al primo posto su un totale di oltre 600 partecipanti.

Milena Cicatiello vince il Premio internazionale “Marietta Parlati”

La poesia premiata con il primo posto a Gizzeria il 24 luglio scorso (Premio internazionale “Marietta Parlati”) è “Lettera di un condannato a morte”. «Con questa poesia tocco un tema a me molto caro che è la disumanità della pena di morte – commenta Milena Cicatiello – ho discusso su questo argomento in diverse occasioni, anche in vari convegni che ho tenuto a Capaccio Paestum, nell’ambito della rassegna letteraria “Letteraturiamo”».

La stessa poesia “Lettera di un condannato a morte” aveva già vinto anche un altro concorso letterario internazionale (il “We are the world”, che si è svolto a Napoli lo scorso aprile).

Nei prossimi mesi uscirà la prima raccolta di poesie di Milena Cicatiello, edita dalla Bertoni editore.

La poesia

LETTERA DI UN CONDANNATO A MORTE

Avvicinati, madre,

non c’è aria o tempo

che possa tenermi in vita

più a lungo di un istante.

Ma cos’è il tempo

per chi ha visto murare i propri sogni,

come i giorni,

sotto il peso del piombo e del cemento.

E cos’è la mia vita

se non l’ultimo raggio di sole

che filtra attraverso le fessure,

a ricordarmi che là fuori

ci sono occhi che ancora si colorano di cielo.

Ci sono mani che toccano altre mani

per scaldare via l’inverno,

mentre sulle mie mani di brina

e di foglie ingiallite

l’inverno cadrà per sempre.

E tu, madre,

che mi guardi guardando altrove,

che non senti più le parole

ma solo l’urlo soffocato del dolore.

Tu che ti spegni poco a poco

ogni giorno, insieme a me,

con la morte che ci cammina accanto

come un’ombra.

Tu che mi condanni, prima di loro,

alla prigionia del tuo amore.

Non smettere di cullare il mio corpo seviziato,

come nel giorno in cui, fiera,

in tutto il suo splendore,

lo mostrasti al mondo.

Non smettere di nutrire la mia anima straziata

con il nettare dolce dei tuoi seni,

e offrimi paziente, ancora, un altro sorso di vita.

Non cedere all’odio, madre,

quando non saprai più riconoscermi,

quando ridurranno il mio nome

in un cumulo di cenere e di menzogne,

ma continua a cercarmi

nell’ultimo raggio di sole

che filtra attraverso le fessure,

a ricordarti che, nel tuo perdono di nuvole bianche,

 

io vivo ancora.

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