Fisciano, lo sfogo di una studentessa: “Vedi Unisa e poi muori”

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Sfogo dopo il suicidio di Daniele Piscione: "Vedi Unisa e poi muori. Il rettore non ha indetto nemmeno la chiusura dell’ateneo"

Dopo il suicidio di Daniela Piscione è forte il dolore di amici, parenti e non solo. Daniele aveva 30 anni, dal 2012 non era più una studentessa dell’Ateneo. A causa di alcuni problemi di salute non aveva più rinnovato la sua iscrizione alla facoltà di Medicina.

Ieri ha deciso di togliersi la vita senza lasciare alcun messaggio per spiegare i motivi del suo gesto. In molti però puntano il dito contro una società sempre più opprimente nei confronti dei giovani, costretti a confrontarsi con una realtà “frettolosa” e “pressante”.

Lo sfogo dopo il suicidio di Daniele Piscione

In tanti sui social hanno pubblicato commenti di cordoglio ma ha destato scalpore lo sfogo di una ragazza, Sofia Santosuosso, che ha titolato: “Vedi Unisa e poi muori”. Un lungo post, condiviso da centinaia di persone, in cui viene denunciata la filosofia dell’Università e l’approccio da parte di chi gestisce l’ateneo.

Il post

“Università di Salerno, tragedia al Campus: studentessa cade dal multipiano e muore”. Titolo di un articolo del Mattino di pochi minuti fa. Cadere, però, non è il verbo adatto. La pioggia cade, la neve cade, le foglie cadono. A scuola, per spiegarci la forza di gravità, ci raccontano la storiella di Newton: stava seduto sotto a un albero quando gli cadde una mela in testa. Allora si accorse che gli oggetti cadono perché esiste una forza, la forza di gravità, che ci mantiene saldi al suolo e ci fa ritornare sui nostri piedi quando saltiamo e fa finire a terra le mele che cadono dagli alberi. Una studentessa che “cade” dal parcheggio del multipiano è una studentessa che decide di cadere dal parcheggio del multipiano.

Anche l’anno scorso uno studente “cadde” dall’alto della biblioteca scientifica; ora che ci penso, successe la stessa cosa due anni fa. Parlando con i miei compagni, ci rendiamo conto che, in effetti, è diventato abbastanza comune per gli studenti del campus di Fisciano decidere di cadere; succede ogni anno, anche due o tre volte. Una mia amica ha usato la parola “normale”. Decidere di cadere dal parcheggio del multipiano significa suicidarsi, e non dovrebbe essere normale. Forse suicidarsi è un verbo che fa paura ai piani alti dell’università, il rettore e la sua corte: restano in silenzio mentre una loro studentessa decide di farla finita proprio nel luogo che dovrebbe essere l’opposto della morte.

Il tonfo è un rumore che stride parecchio con le fanfare del “primo ateneo del Sud”. Così, mentre i miei compagni muoiono, il brand Unisa viene venduto in tutto il mondo come produttore di innovazioni e ricerca, riceve fondi per investire nel suo splendore e creare più talenti. Ovviamente, il talento va di pari passo col merito. Ogni anno, infatti, l’Università di Salerno restituisce i soldi delle tasse universitarie a quegli allievi meritevoli che riescono a finire tutti gli esami dell’anno accademico entro febbraio del semestre successivo: la cerimonia si chiama “Unisa premia il merito”. Chi non ha il merito diventa un costo e i costi pesano (forza di gravità).

Il merito ci chiama a una corsa frenetica per raggiungere il traguardo in tempo: nessuno scommette sui cavalli lenti. La nostra università ci allena come cavalli da corsa che devono arrivare alla meta nel minor tempo possibile, per scalare le classifiche da record e riscuotere le scommesse che sono state fatte sulla nostra pelle. Mentre una ragazza si uccide, Unisa continua a vivere in silenzio, con le biblioteche sempre piene, i capi chini sui libri e il viavai nel bar: si può fingere che non sia mai successo. C’è tanto clamore alle elezioni universitarie, alle file per eleggere una faccia o l’altra al senato accademico: alla morte segue solo un gran silenzio.

Il rettore non ha indetto nemmeno la chiusura dell’ateneo, nemmeno un momento di riflessione per capire come combattere i mostri di un ventenne che sceglie la morte in un luogo di vita. Unisa può continuare a vantarsi di essere la prima università del sud con un servizio di ascolto psicologico praticamente inesistente. Intanto i fondi continueranno ad arrivare per le cose che contano davvero e la notizia di una morte sarà soffocata dalle raggianti ouvertures di titoli sulle classifiche, le innovazioni, i trionfi. Noi studenti, semplicemente, sceglieremo di non farne parte.


Post tratto dal profilo Facebook di Sofia Santosuosso

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