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Sospesi, Arte avvolta dalla-nella Natura ad Eboli

Si è conclusa da poco più di una settimana la manifestazione artistico-musicale, Sospesi, organizzata dalle associazioni Collettivo e Traara, presso il suggestivo Giardino delle Antiche Fornaci di Eboli

Si è conclusa da poco più di una settimana la manifestazione artistico-musicale, Sospesi, organizzata dalle associazioni Collettivo e Traara, presso il suggestivo Giardino delle Antiche Fornaci di Eboli.

L’evento, curato dall’artista Fabio Colasante, memore della fratellanza delle arti – pittura, scultura, video, fotografia, installazione, reading e live music -, ha dato prova di come i confini disciplinari, in questo caso ‘travalicati’, siano solo una formalità istituzionale. Non vi è limite alla passione, al fuoco che arde nell’estro creativo, il quale, solo ‘apparentemente’, sembra imboccare strade diverse ritrovandosi all’incrocio del desiderio di rinnovamento. Esigenza da sempre padrona degli stati d’animo degli artisti, la volontà di andare oltre la tradizione figurativa, quel linguaggio stilistico facilmente riconoscibile, indicatore di frasi scontate come “Che bello, sembra una fotografia!”.

Sospesi Arte Natura Eboli

Ecco, questo è quello che spinge l’arte contemporanea a rifugiarsi in sentieri sconosciuti, dove l’incognita è stimolo, adrenalina, ma anche terrore, ansia, sentimenti contrapposti che alimentano, fomentano la verve poetica dell’arte. La volontà di allontanarsi da spazi espositivi ‘canonici’ per penetrare in quelli di vita quotidiana affonda le sue radici alla fine dell’Ottocento, quando un gruppo di giovani artisti, seguaci di Gauguin, decise di esporre al Café des Arts (1889).

Desiderio fatto proprio dalle avanguardie europee, un esempio è dato dagli artisti del collettivo Die Brücke con la loro esposizione all’interno di uno showroom di lampade del quartiere operaio di Dresden-Löbtau, (1906). Seppur azzardate, a quei tempi, tali scelte trovarono fervida risposta anche oltre oceano, è il caso dell’International Exhibition of Modern Art – The Armory Show -, ospitata nella prima armeria di New York, nel 1913. I primi Ventanni del Novecento furono dunque fondamentali nell’elaborazione del nuovo concetto di mostra, uno spazio che per Teresa Gleadowe diviene ‘entità creativa’ – da semplice raccolta di opere, l’esposizione, in piena autonomia, tramuta in forma espressiva, o meglio, diventa il risultato di una ‘negoziazione collettiva’.

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Riflessioni, idee, pensieri comuni sulle possibilità dell’arte hanno condotto gli artisti guidati da Colasante, verso nuovi concetti come, fare della natura il loro teatro e dello spettatore un ‘attore attivo’ delle trasformazioni ambientali. Tale palcoscenico, sprovvisto di cornice e sormontato da un manto di stelle, ha ospitato per tre giorni i lavori di artisti diversi, per esecuzione tecnica e per espressione.

Dall’elegante, morbida e armoniosa scultura di Linda Edelhoff, figure candide, eteree, ‘albine ’, promotrici di importanti messaggi sociali, quali il rispetto per la donna, la sua forza, sensibilità, coraggio, fragilità, ambizione (in un mondo, ancora troppo maschilista), si giunge al sogno fantastico di Philippe Leon, i cui personaggi immaginari dagli accesi colori raggiunta la mente dello spettatore, al civico della tenera e fanciulla memoria, come miraggi pastosi spogli di velature, testimoni di consistenza materica, continuano, con insistenza, ad accompagnare ogni nostro passo. Di tutt’altro discorso sono le pitture dai toni cupi, del messinese Bettino Lo Cicero, permeate di inquietudine, solitudine, un marchio di fabbrica che etichetta volti, paesaggi urbani e campestri.

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L’essenzialità della linea caratterizza il torpore di movimenti ‘illusi’, come la fissità malinconica di sguardi smarriti, a tratti mutilati, disintegrati dal disincanto di un vivere al confine tra Oriente e Occidente, quel ‘mezzo’, quel nulla, l’incertezza sospesa. Una precarietà ben evidenziata da Marco Giannattasio, fotoreporter di vite sospese, alienate da voci, figure, presenze oscure, giochi di frontiera tra realtà reali e realtà supposte. Uomini e donne di origini nigeriane ‘ammanettati’ alla mancata comprensione di coloro ‘autoeletti’ stabili, razionali.

Destini violati, sottomessi, privati di affetto, tempo, aria e calore dei raggi del sole. Condizioni imprescindibili dell’installazione di Rosario D’Andrea, la sua culla sospesa in tessuto bianco che avvolge e protegge la ‘mutaparruccosa degli alberi, recuperata alle grinfie del vento, omaggia la natura di un nuovo ornamento. Madre Terra, con indosso il suo vestito più bello, incarna l’effige dello spazio, del vuoto, dell’immateriale, trafori di sostanze spezzate, alternate, rubate che evocano radici di germogli impazienti. La trama danzante al capezzale di un timido ordito è l’installazione site specific delle sorelle Patrizia e Doriana Giannattasio, un’opera dalla natura ibrida, transitoria, sospesa, mutevole, archetipo di momenti, esperienze irripetibili.

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Ad impreziosire l’esposizione collettiva l’intensa voce della presidente dell’associazione Traara, Sofia Cerruti, che ha declamato i versi del poeta portoghese, Fernando António Nogueira Pessoa, ‘Nuvole’, componimento scritto nella prima metà del XX secolo. Poesia ‘incanto’ di lettori appassionati (da generazioni), che ha magicamente conquistato, rapito e proiettato gli spettatori di ‘Sospesi’ in un Mondo dalle forme inconsuete.

Ed è proprio la sospensione, lo stare a mezz’aria, penzolanti, in bilico, il fil rouge della mostra. Suo elemento caratterizzante, l’affannata ricerca del ‘fiducioso’ equilibrio, che, lontano da termini di stabilità, isolato il raziocinio, narra del sodalizio tra arte e natura.


di Nunzia Giugliano

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