Cronaca

Bancarotta hotel Bristol, la Cassazione annulla le condanne per i Meluzio

La Cassazione annulla la sentenza di condanna della Corte di appello di Salerno sulla “Bancarotta Bristol“.

Come riporta il Mattino, l’annullamento, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, riguarda la condanna bis per i protagonisti della vicenda legata alla bancarotta del noto hotel Bristol di Battipaglia, di proprietà della famiglia Meluzio, dichiarato fallito nel 1996.

Il verdetto è stato pronunciato dai giudici della quinta sezione penale della Cassazione: annullata la sentenza, senza rinvio, nei confronti di Morgan Meluzio, Matteo Senatore e Friedrich Roger Jurgens per intervenuta prescrizione; annullata la sentenza impugnata nei confronti di Antonio Meluzio, l’imprenditore Angelo Mastrolia e Antoniella Pappalardo.

I giudici di appello salernitani avevano confermato una sentenza di condanna comminata dal tribunale di Salerno nel 2009 (cinque anni di reclusione per Antonio Meluzio, capostipite della nota famiglia di imprenditori battipagliesi; 2 anni per il figlio Morgan; stessa pena per la moglie Pierina Pappalardo, 2 anni e 4 mesi per l’imprenditore ebolitano Angelo Mastrolia, presidente della Newlat e proprietario della Centrale del latte di Salerno e 2 anni e 6 mesi per il socio svizzero Friederik Rogers Junseng).

Salta, con la decisione della Cassazione l’accusa di bancarotta fraudolenta per i Meluzio, che la Procura aveva accusato come responsabili del crac della nota società alberghiera che aveva prestato una fideiussione di 75 miliardi ad un’altra società dei Meluzio, la Departures (che doveva gestire, secondo gli inquirenti, tutte le attività economiche delle loro società del settore edilizio, sia in Campania che nel Lazio) poi dichiarata a sua volta fallita. Da qui la bancarotta della nota struttura alberghiera, nella quale erano stati coinvolti (per concorso) anche l’imprenditore Mastrolia e il suo socio svizzero accusati di concorso in bancarotta per aver acquistato dai Meluzio beni in un periodo ritenuti «sospetti» dalla Procura.

«Ciò che si addebitava a Mastrolia – hanno sostenuto i difensori, professori Alessandrini ed Insolera – era di aver concorso alla distrazione di non meglio specificati attrezzi e mobili per 23 milioni di vecchie lire l’oggetto dela distrazione era rimasto davvero non meglio specificato per due interi gradi di giudizio. Mai un pubblico ministero ha spiegato a quali attrezzi e mobili si riferisse la contestazione e mai in giudice lo ha accertato. Né tantomeno un curatore aveva spiegato di quali beni si trattasse».

La decisione della Cassazione di annullamento della sentenza ha praticamente riconosciuto che la Corte di appello e il tribunale non avevano mai accertato l’esistenza di un accordo tra l’imprenditore Mastrolia e Meluzio relativo alla distrazione i beni della società fallita. «La pronuncia del tribunale non si era posta il tema della distinzione tra concorso in bancarotta e ricettazione fallimentare, né conteneva accordo di alcun genere. Un accordo solo evocato – sostiene il professor Insolera, difensore di Mastrolia – rimasto del tutto privo di elementi di supporto probatorio».

Così la sentenza annulla le due condanne accoglie le motivazioni della difesa secondo le quali l’imprenditore Mastrolia era estraneo all’incriminazione, non aveva mai svolto ruolo nella gestione della cosiddetta bancarotta Bristol e non era riconducibile ad alcun ruolo nel gruppo familiare societario dei Meluzio.

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